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Quest’oggi vi voglio proporre uno spassoso feuilleton di Alfred Polgar del 1926, che mostra la vis comica dell’autore nel descrivere quanto gli uomini vengano da Marte e le donne da Venere. Questo brano mi ha sempre fatto pensare ai personaggi dei fumetti Andy Capp e sua moglie Flo, che lo aspetta col mattarello in mano o lo sgrida di continuo!

Cari uomini, avete presente quando la vostra fidanzata o moglie vi dice qualcosa con una vocina quasi rassicurante e melliflua, che però vi lascia perplessi e vi fa sentire che, prima o poi, vi pentirete di qualcosaIl personaggio di questo feuilleton fa una vera e propria ricerca filologica per tentare di capire cosa realmente intendesse dire sua moglie con una semplice frase…

“Natürlich sollst du gehen – was ist das für eine Frage? – Und bleib nur, so lange wie du willst, Lieber. Unterhalte dich gut!” (*)

In questa semplice frase, detta così senza apparente rancore, una donna può voler dire l’esatto contrario di ciò che in realtà afferma. Infatti, a ben vedere, questa frase è tutt’altro che innocua e senza rancore!

A ogni passo il protagonista analizza sempre più visceralmente quella frase e, più si avvicina al vero significato, più aumenta in lui l’ansia:

“Natürlich sollst du gehen”…”natürlich”, das hieß, richtig gehört: dir scheint es natürlich, mich allein zu lassen, aber du hast recht, denn es wäre ja wirklich blanke Unnatur von einem Egoisten, wie du einer bist, auch an den anderen zu denken. Und zu ergänzen war die Wendung so: natürlich sollst du gehen, da es dir solches Opfer wäre, zu bleiben. […] “Unterhalte dich gut!” Das hieß in der Übersetzung: verbringe einen gequälten Abend. Mein Leid stehe zwischen dir und der Freude. Meine Verlassenheit verlasse dich nicht. Meine Träne falle in dein Bier. Und versalze dir das Süße. Unterhalte dich gut! (**)

Signori uomini, siete avvisati! Non fermatevi mai alla superficie… Le donne, intendono sempre qualcos’altro!

(*) “Certo che ci devi andare – che domande sono queste? E resta pure quanto vuoi. Buon divertimento, caro!”

(**)”Certo che ci devi andare”… La parola “certo”, a intenderla nel suo vero significato, voleva dire: a te sembra ovvio lasciarmi sola, e hai ragione, perché per un egoista quale tu sei sarebbe una cosa contro natura pensare a qualcun altro. E, a volerla completare, la frase sarebbe questa: Certo che ci devi andare, dal momento che restare qui sarebbe per te un tale sacrificio. […] “Buon divertimento, caro!” una volta tradotto voleva dire: trascorri una serata di tormento. Rimanga il mio dolore fra te e la gioia. Il mio abbandono non ti abbandoni un solo istante. Le mie lacrime cadano nella tua birra. E con il loro sale ti guastino la dolcezza. Buon divertimento, caro!

*** Unterhalte dich gut è uno dei pochi feuilleton di Polgar a essere stato tradotto in italiano. Buon divertimento, caro! è contenuto in Piccole storie senza morale, ed. Adelphi.

La traduzione è a cura di Cristina Pennavaja.

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Den höchsten Sinn im engsten Raum (1). 

(J. W. von Goethe)

fonte: it.ejo.ch

Il Feuilleton, sconosciuto o quasi ai nostri giorni, ebbe invece un ruolo importantissimo nella cultura europea tra i secoli XVIII e XX. Il genere nasce in Francia, per arrivare in Inghilterra (paese dalla ricchissima attività giornalistica fin dal Settecento), in Germania (specialmente negli anni del Vormärz) e in Austria, dove fu centrale per la cultura del Novecento.

Nel 1789 fu fondato a Parigi il Journal des Débats  dove vengono separate con una riga le notizie e le curiosità mondane dagli eventi politici. Sarà questa “linea di demarcazione” a caratterizzare il feuilleton, che è appunto ciò che si trova unter dem Strich e che diventerà un genere tutt’altro che semplice da delimitare. Vi parlo del feuilleton perché fu veramente fondamentale nella letteratura austriaca e soprattutto nel “melting pot” culturale viennese, dove il giornale non era un semplice quotidiano ma uno Zeit-Schrift, una scrittura del tempo.

Il feuilleton divenne uno specchio della società viennese, della sua vita culturale e sociale, elevandosi a genere letterario e non più prettamente giornalistico. Una delle sue peculiarità è l’impronta soggettiva data da ogni autore, dal momento che esso nasce dall’osservazione e quindi dall’elaborazione soggettiva di ciò che si è osservato. Questa soggettività crea un legame tra autore e lettore, che è reso partecipe dei pensieri del primo. Scrissero feuilleton autori del calibro di Stefan Zweig, Hermann Bahr, Alfred Polgar, Felix Salten, Robert Musil e Franz Werfel.

(1) Il senso più elevato nello spazio più ristretto. (traduzione mia)

**E’ vietata la riproduzione, anche parziale, di contenuti e grafica senza specifica autorizzazione.

Emblemi della cultura di fine secolo, i caffè letterari erano luoghi d’incontro di scrittori, artisti e giornalisti, nei quali prendevano vita correnti e controcorrenti artistiche. Oltre ad essere dei loci amoeni del feuilleton, erano parte integrante del mito asburgico, vere istituzioni tipiche di quel vecchio mondo, centro culturale di ogni sorta di novità, dove non si poteva non essere contagiati dall’intellettualità dell’atmosfera che vi regnava.

Per capire questo milieu, è meglio usare le parole del “centralista” Alfred Polgar:

Das Café Central ist nämlich kein Caféhaus wie andere Caféhaüser, sondern eine Weltanschauung, und zwar eine, deren innerster Inhalt es ist, die Welt nich anzuschauen. Die Luft des Café Central bestimmt das geistige Klima dieses Raumes, ein ganz besonderes Klima, in dem das Lebensunfähige, und nur dieses, bei voller Wahrung seiner Lebensunfähigkeit gedeiht. Das Café Central liegt unterm wienerischen Breitengrad am Meridian der Einsamkeit. Seine Bewohner sind größtenteils Leute, deren Menschenfeindschaft so heftig ist wie ihr Verlangen nach Menschen, die allein sein wollen, aber dazu Gesellschaft brauchen. (1)

 

Nel 2005 andai a Vienna per svolgere la mia ricerca tesi. Ovviamente non potevo non sedermi nel Central a sorseggiare un caffè con panna! In occasione della visita a questo “tempio”, ho conservato una piccola reliquia personale, ovvero la cartina del cioccolatino che accompagna il caffè!

 

(1). A. Polgar, Theorie des Café Central, Kleine Schriften Bd. 4.

“Il Café Central non è infatti un caffè come gli altri, bensì una visione del mondo, e cioè quella il cui nucleo più profondo è di non osservare il mondo. L’aria del Café Central caratterizza il clima spirituale di questo posto, un clima veramente particolare, in cui una persona non vitale, e questa soltanto, progredisce nella difesa della propria non-vitalità. Il Café Central si trova sotto il grado di latitudine di Vienna, al meridiano della solitudine. I suoi abitanti sono per lo più persone la cui misantropia è così forte quanto il loro desiderio di restar sole, ma che per farlo hanno bisogno di compagnia”. (traduzione: Maria Teresa De Roberto)

**E’ vietata la riproduzione, anche parziale, di contenuti e grafica senza specifica autorizzazione.

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